Ricordando fratel Carlo Carretto

C’è un insieme di nostalgia, gioia e riconoscenza nel far memoria di “questo” 4 ottobre di trenta anni fa. Nessuno avrebbe pensato (desiderato forse sì) che fratel Carlo Carretto, Piccolo Fratello del Vangelo, morto a Spello nel 1988 proprio nel giorno dedicato al santo di Assisi da lui venerato e preso ad esempio, un giorno o l’altro sarebbe stato ricordato con affetto e riconoscenza come testimone fedele del Vangelo e costruttore di buona speranza.
Tanti anni sono passati. Oggi c’è papa Francesco. La Chiesa, non sola italiana, assaggia l’odore delle strade degli uomini, si pone in ascolto dell’umanità ferita e dimenticata. Credo che fratel Carlo si sarebbe trovato benissimo in questo tempo nostro così acciaccato, liquido, digitale, frammentato, ferito. Lo avrebbe accarezzato. Accompagnato lungo i confini della tenerezza e della comprensione. Gli avrebbe sorriso. Per poi punzecchiarlo a suo modo, davanti la Parola sacra, quella che salva.

Di fratel Carlo inseguiamo quel suo sguardo verso il cielo, senza staccarsi mai dalla terra. Godiamo la sua scrittura, così semplice e diretta, mentre ci conduce attraverso il racconto sacro tra le feritoie dell’anima, tra le nostre braccia. Con lui abbiamo imparato che è possibile cercarsi un angolo di silenzio pure nel cuore distratto delle nostre città assordanti e prive di sguardi altialtri. E, allo stesso modo, con lui abbiamo provato ad alzare lo sguardo oltre l’uscio di casa, incrociando costellazioni di stelle, senza dimenticare di lavare i piatti in cucina.
Ci è piaciuto il suo sorriso. Benevolo, certo, consolatorio e benedetto. Ma anche urticante. Il sorriso di chi ti spiega che non possiamo rimanere zitti di fronte alle ingiustizie della storia, quella grande del mondo che cambia, e quella dei nostri luoghi esistenziali, porti sicuri (e insicuri) verso la salvezza.

La Parola sacra, con fratel Carlo, non solo parla ai nostri cuori e ci accompagna per mano verso sentieri di pace interiore, ma contempla il fatto che l’altro, il di fuori, il mai possibile, l’oltre da noi, il lontano, il diverso, è sempre parte di noi e del cosmo. Impercettibile dimora di Dio. 

Sì, è vero. Oggi fratel Carlo si sarebbe trovato bene in questa Chiesa. E con Francesco. Però ha saputo trovare casa – anche se una casa sempre affollata, forse un po’ incasinata, popolata, pregata, casa “in uscita” diremmo oggi – anche con la Chiesa dei suoi tempi, quando, forse, qualcuno non riusciva a capire che i tempi biblici della Pasqua hanno sempre bisogno di testimoni fedeli e, a volte, scomodi. Testimoni della profezia che guardano avanti.

Oggi, trent’anni dopo, il sorriso di fratel Carlo ci insegue di nuovo. Ci cerca, non più di nascosto. E ci regala possibilità infinite di nuova umanità.

Commenti

Post popolari in questo blog

Quella pazzia che ci libera tutti

San Romero d'America, martire dei poveri

Dopo Francesco. Chissà, magari un papa monaco